Liberisti di tutto il mondo uniti: “Caro Obama, giù le tasse”

La crisi non è una colpa da addebitare al mercato, ma tutt’al più “la reazione naturale della mano invisibile”, troppo a lungo bacchettata maldestramente dalla politica. E ribadire tale tesi, sia chiaro, non serve soltanto per confutare “la narrativa dominante” sullo stato del capitalismo. Così almeno la pensano decine di autorevoli economisti e giuristi, europei ed americani, da ieri riuniti a Washington per il “Trasatlantic Law Forum”.
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Ultimo aggiornamento: 15:01 | 19 AGO 20
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La crisi non è una colpa da addebitare al mercato, ma tutt’al più “la reazione naturale della mano invisibile”, troppo a lungo bacchettata maldestramente dalla politica. E ribadire tale tesi, sia chiaro, non serve soltanto per confutare “la narrativa dominante” sullo stato del capitalismo. Così almeno la pensano decine di autorevoli economisti e giuristi, europei ed americani, da ieri riuniti a Washington per il “Trasatlantic Law Forum”. Il simposio internazionale, cui partecipano esponenti del mondo conservatore e liberale, è ospitato dall’American Enterprise Institute e durerà fino a stasera, prima di spostarsi a Berlino per un secondo appuntamento. “Non si tratta di scrivere la storia. Questo è il momento, piuttosto, di fare un bilancio su come le istituzioni, sulle due sponde dell’Atlantico, hanno reagito alla recessione”, dice al Foglio Michael Greve, membro dell’Aei e professore alla Johns Hopkins University: “Sia negli Stati Uniti che in Europa abbiamo assistito a un ricorso massiccio a procedure emergenziali”. Esempi non ne mancano: “La settimana scorsa – nota Greve – la stampa ha portato alla luce l’operato di un ‘comitato segreto’ organizzato da alcuni burocrati e ministeri europei per gestire, all’insaputa dei più, un ipotetico salvataggio dell’euro. Anche negli Stati Uniti, d’altronde, i salvataggi finanziari sono stati realizzati con una discrezionalità assoluta e a tratti incomprensibile ai più”.
Così però cresce il rischio di ulteriori errori politici, con annesse ricadute sui mercati. Al seminario di Washington ricorre spesso l’esempio di Fannie Mae e Freddie Mac, i colossi semistatali delle ipoteche immobiliari: “Le politiche governative di garanzia dei mutui, assieme a una politica monetaria estremamente espansiva – dice al Foglio Enrico Colombatto, economista dell’Università di Torino e unico invitato italiano assieme ad Antonio Martino – hanno indotto all’indebitamento tante persone che non potevano permetterselo”. Come dire che alla radice della bolla dei mutui subprime c’era un movente politico – “creare una società fondata sulla proprietà della casa”, era lo slogan – e per di più bipartisan, condiviso da Bill Clinton come anche da George W. Bush. Lo sa bene Peter Wallison, anche lui presente al Forum: oggi avvocato settantenne, negli anni Ottanta fu chiamato da Ronald Reagan alla guida dell’ufficio legale del dipartimento del Tesoro. Uno spregiudicato liberista, dunque? Forse. Fatto sta che già nel 2004 Wallison, in un libro, provò a mettere in guardia dai rischi di una crisi sistemica che sarebbe potuta nascere dai comportamenti irresponsabili di Fannie e Freddie. Ma schierarsi contro la commistione tra pubblico e privato evidentemente costa: Wallison ha raccontato infatti di essere stato costretto alle dimissioni dall’impresa finanziaria per cui lavorava – un gruppo in affari con Fannie Mae – dopo che il presidente dell’agenzia parastatale fece sapere di non sopportare più la presenza di quell’avvocato.
Non è un caso, osserva qualcuno, che mentre la stampa segue attentamente la vicenda di Aig – che ieri ha annunciato di avere raggiunto un accordo con il Tesoro per restituire i soldi ricevuti durante la crisi –, poca attenzione è stata riservata al fatto che proprio questa settimana Congresso e Senato hanno approvato in poche ore un ulteriore innalzamento della soglia dei prestiti che possono essere assicurati da Fannie e Freddie. Ancora una volta: tutto il potere ai politici. “La crisi è stata una reazione del mercato ad anni di scelte sbagliate, ma i veri vincitori oggi sono proprio i regolatori, che hanno poteri mai visti prima; i politici, ai quali ci si rivolge per chiedere sicurezza e garanzie; i manager, che hanno addossato le colpe al mercato invece che a se stessi”, dice Colombatto. La nuova enfasi sulla regolamentazione, sostengono però in molti, serve a metterci al riparo da eventuali crisi che verranno: “In realtà siamo già in una fase due: le regole frettolose ed errate di un tempo, una volta fallite, ora inducono l’opinione pubblica a chiedere ancora più regole – spiega al Foglio il professore Michael Zöller, presidente del Council on Public Policy della tedesca Bayreuth University che assieme all’Aei cura l’evento – Per questo, paradossalmente, l’Europa si trova adesso in una situazione un po’ migliore. Il Vecchio continente non è caduto vittima della frenesia legislativa, non foss’altro perché a Bruxelles gli stati membri faticano a mettersi d’accordo su qualsiasi cosa”.
Ma a poco più di due anni dal fallimento di Lehman Brothers, le istituzioni americane ed europee saranno valutate soprattutto alla luce della ripresa economica che riusciranno ad assicurare. Ieri gli Stati Uniti hanno rivisto al rialzo il tasso di crescita del pil del secondo trimestre (più 1,7 per cento da più 1,6), mentre le richieste di sussidio per la disoccupazione sono tornate a scendere. Sufficiente? Non proprio. Tra gli analisti americani circola un po’ di sfiducia per il mancato “rimbalzo” dell’economia, al quale invece si erano abituati in altre fasi delicate della storia recente del paese. Il timore – come emerso in particolare dai lavori di un panel su “Bailouts, competition and moral hazard” – è che nel rispondere alla crisi si sia consentita la nascita di un sistema di “capitalismo di stato” o “economia mista” che d’ora in poi frenerà il normale processo capitalista di “distruzione creatrice”. E’ anche un problema culturale: “Fasi di interventismo statale prolungato, l’abitudine alla presenza del welfare, sono fattori che contribuiscono a spegnere lo spirito imprenditoriale – dice Colombatto – e ora ciò accade anche negli Stati Uniti. Non è un processo irreversibile, ma certo anche l’attuale sistema educativo, con il suo sistema di incentivi tutt’altro che meritocratico, non aiuta a ribaltare la situazione”. Da dove ripartire, dunque, è evidente: “Per alimentare questo spirito imprenditoriale, serve facilitare la nascita delle imprese. Le crisi del capitalismo ci sono sempre state e ci saranno sempre – dice Colombatto – ma agendo su imposte e regolamentazioni, queste fasi critiche possono essere abbreviate, riducendone anche i costi sociali”. Musica per le orecchie degli organizzatori statunitensi. I quali, senza bisogno di farsi influenzare dalla polemica anti Obama dei Tea Party, notano come anche in America, secondo gli ultimi dati della Banca mondiale rielaborati dal Cato Institute, l’imposta effettiva sul reddito delle imprese sia lievitata negli anni al 35 per cento. A fronte di una media dei paesi Ocse che è al 19,5 per cento.